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Un'importante riflessione sul sistema televisivo italiano che arriva da Dino Boffo, direttore di Tv2000

SE SI ROMPE LA TV CHE TIENE IL PAESE IN UNA PERENNE SOGGEZIONE

Cari Amici,
si susseguono nella pubblicistica nazionale servizi che raccontano il singolare esperimento televisivo che è Tv2000. In genere, si tratta di reportage simpatetici, scritti cioè con una certa partecipazione emotiva, senza mancare tuttavia di disseminare sottili ironie ed evidenti punti esclamativi. Che si tratti del Venerdì di "Repubblica" o TuStyle, si intuisce che suscitiamo un certo che di sorpresa per gli esiti del nostro lavoro, nell'ardua competizione che ormai esiste nel campo d'Agramante delle digitali terrestri. C'è come una tipologia di pensieri sottotraccia che probabilmente dominano in certe mentalità laiche: ma come, non solo la fede religiosa nel Dio cristiano non è sparita dallo scenario pubblico, e ha l'impudenza di proporsi ad una platea televisiva nazionale, ma osa pure fare dei risultati rilevabili? Come può succedere che in determinati segmenti ora ri la cosiddetta «tv dei vescovi» sia l'ottavo canale della televisione italiana? E giù amabili sarcasmi sul top raggiunto dall'ascolto del Rosario o sulla raffinata rubrica Quel che passa il Convento. Non si danno pace inoltre che, al di là degli appuntamenti religiosi, anche il racconto televisivo funzioni, e scatti un'interattività sintonica coi telespettatori che chiamano, e chiamano senza sosta. Ma come esiste ancora questa Italia?
E sì, signori cari. Questa Italia esiste, ed è – credetemi − molto più interessante di quello che voi pensate. É un'Italia che sa pregare e pensare, sorridere e discutere, ha un proprio giudizio e una determinazione di fondo poco influenzabile dalle mode. Basta graffiare un po' la vernice posticcia e offrirle l'opportunità di una scelta. Ovvio che, se la si tiene in uno stato di perenne soggezione nei riguardi di una cultura televisiva vacua e inconsistente, fatta da autori ormai spompati, e giornalisti che non sanno staccare gli occhi dal foglio o dal gobbo, beh, allora ci si può anche illudere di aver definitivamente forgiato un Paese a misura della propria mala televisione. In realtà, però, è semplicemente un'Italia tenuta in ostaggio del mangi 'sta minestra o salti dalla finestra: tale, d'altra parte, è stata la ferrea logica dell'omologazione televisiva che ci si ostina ad alimentare. Non appena si diversifica e si sperimentano linguaggi nuovi, si suscitano interessi diversificati, si risponde a domande magari soffocate ma reali, allora si aprono scenari inediti. Che non danno subito su praterie sconfinate, perché di guasti nel frattempo se ne sono fatti, e quanti; però si stappano pertugi molto, molto interessanti. E anche promettenti. L'Italia reale in fondo non è quella che si specchia nell'80 per cento dei programmi mandati in video. I quali vengono visti perché per anni altro non è stato offerto, e dunque ci si è piegati a determinati gusti, che ci si illude di avere vincentemente istillato. Tuttavia, piegare non significa annullare. Come giunco, questa Italia appena può si riscatta. La controprova? Pensiamo agli eroi che la cronaca quotidianamente ci offre, vuoi nell'alluvione che tempo addietro ha deformato le Cinque Terre o nel ciclone che nei giorni scorsi ha piagato la Sardegna. Che rapporto c'è tra il volontariato improvvisamente scattante, e capace di una abnegazione totale, a costo della vita, e i cartelloni televisivi che hanno dominato per interi lustri? Nessuno, diciamolo. Il che vuol dire che in fondo, la cittadinanza è influenzabile sì, ma non ci si illuda di averla spezzata. Il sentimento del popolo pretende rispetto. E se gli strumenti oggi a disposizione, che consentono di valorizzare anche per il tempo libero la propria soggettività, arriveranno almeno un attimo prima che la distesa cementifera copra tutto, allora si potrà davvero tornare a sperare. Gli esperti che discettano su papa Francesco parlano di teologia del popolo, ma questa altro non è che la capacità di intercettare un atteggiamento profondo, e fornirgli strumenti di identità e comunicazione.
Dino Boffo

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